"Anch’io mi chiedo: chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo? È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Gliel’ho chiesto con insistenza. Lui ha sempre negato con forza, in pubblico e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me. E se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera. Non per personali responsabilità, ma perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe”. Parola di Gianfranco Fini e non una parola qualunque, ma la solenne promessa consegnata a tutti gli italiani che lo hanno ascoltato nel video-messaggio trasmesso dai Tg e dalle televisioni il 25 settembre dello scorso anno, quando il presidente della Camera non aveva ancora tentato la spallata contro Berlusconi ma si preparava a farlo e già si presentava come un sostenitore dei pm. In quello stesso video, Fini contrapponeva la sua “etica pubblica” a quella degli “altri”.
È il Corriere della Sera in prima pagina, oggi, attraverso una delle firme più autorevoli di Via Solferino, l’ambasciatore Sergio Romano, a ricordare a Fini la promessa non ancora mantenuta, e suggerirgli garbatamente ma in modo esplicito di onorare quanto aveva assicurato agli italiani (“Non esiterei a…”). Se così non fosse, scrive Romano, “Corriamo il rischio di impelagarci in una situazione in cui le sorti di una delle maggiori cariche istituzionali italiane dipendono da fattori estranei alle esigenze della vita politica nazionale”. Se Fini insiste nel rinviare le dimissioni “a quando la proprietà di Tulliani sarà confermata dalla magistratura”, il destino del più alto scranno di Montecitorio dipenderà da un lato dalle “carte provenienti da una minuscola isola dei Caraibi”, dall’altro dal “calendario giudiziario di Procure che dovranno inquisire, interrogare, nominare esperti e chiedere rogatorie internazionali”.
Secondo Romano questo “non è il modo migliore per affrontare la questione”. Fini, ricorda l’editorialista del Corriere della Sera, ha creato un partito ed è passato all’opposizione, assicurando che avrebbe continuato a svolgere le funzioni di leader politico e al tempo stesso di scrupoloso presidente della Camera. Nessun regolamento, del resto, lo obbliga a dare le dimissioni “e la prova di una promessa dipende, dopo tutto, dal modo in cui è mantenuta”.
E tuttavia, nel momento delicato che il Paese e le istituzioni stanno attraversando, “Fini dovrebbe chiedersi se le circostanze gli consentano di esercitare questa funzione nel miglior modo possibile. Non metto in discussione – concede Romano – le sue capacità e intenzioni, ma osservo che ogni sua decisione istituzionale, nelle prossime settimane, potrebbe diventare ragione o pretesto di sospetti e accuse. Il calendario dei lavori, la durata dei dibattiti, il diritto di parola di un deputato, persino i tempi di un’interrogazione: tutto ciò che rappresenta il lavoro quotidiano di un presidente della Camera potrebbe trasformarsi in materia di contestazione e complicare ulteriormente la situazione politica”.


