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mercoledì 30 marzo 2011

IL BERSANI NOSTALGICO DI NONNA SPERANZA

Jena, su la Stampa, la mette così: “Per favore, qualcuno convinca Bersani a tirarsi giù le maniche”. Battuta evidentemente riferita alle gigantografie che, in gran numero, richiamo l’attenzione dei cittadini elettori sul segretario del Pd “en travesti” da Antiberlusconi.
Dunque in maniche di camicia perché alternativo al Cavaliere in doppio petto. Nonché con le maniche rimboccate sugli avambracci pelosi, per rinverdire il mito del “gran partito dei lavoratori” del tempo che fu e della sua irresistibile ascesa.
Ci si figura che la gente associ all’immagine del leader del proletariato l’impressione di avere a che fare con una persona concreta, “uno di noi”. Affidabile perché deciso ad andare al cuore dei problemi.
Si tratta di un’immagine d’altri tempi, a corredo di una retorica fuori corso imperniata sulle virtù salvifiche attribuite a una classe operaia, ormai felicemente imborghesita. Il restiling di Bersani risente del calcolo di mettersi nelle scarpe berlusconiane di “uomo del fare”, ma evoca piuttosto il salotto ottocentesco di Nonna Speranza.
Soprattutto, esprime la frustrazione dell’uomo che volle, senza riuscirci, essere il capo riconosciuto di una sinistra egemone nello schieramento alternativo al centrodestra. Il messaggio implicito nel machismo di quegli avambracci nudi è rivolto ai cacciatori di teste che battono i territori dell’opposizione alla ricerca di una faccia nuova da opporre a Berlusconi. Come dire: “Che cosa hanno Vendola, o Renzi, che io non ho?”.
Se in politica l’immagine è solitamente l’abbozzo di un programma, nel caso del Bersani descamisado è piuttosto l’invocazione di un uomo che non riesce a farsi prendere sul serio nel ruolo di capopartito ricevuto da D’Alema. E che non si rassegna ad avere un grande futuro dietro le spalle.
L’investimento fatto nell’immagine del descamisado ha anche a che vedere con il tremore della sinistra per la comparsa di Berlusconi alle udienze dei suoi processi milanesi. Ci si comincia a rendere conto dell’errore di calcolo commesso con la pretesa di consegnare il presidente del Consiglio al ruolo di imputato in attesa di giudizio. “Errore di calcolo”, e non fatale trascinamento dietro il carro della giustizia in movimento.
Non c’è automatismo che tenga, nella scelta di processare un capo dell’esecutivo in carica. L’orologeria processuale può ben essere sospesa fino alla cessazione dell’incarico pubblico. E’ precisamente ciò che fecero, con modalità diverse, la Cassazione francese nei confronti del presidente Chirac e la Procura di Roma per il presidente Scalfaro. Basta fissare secondo senso comune il ruolo delle udienze processuali per ottenere l’effetto ragionevole cercato attraverso il lodo Alfano.
Il discorso cambia, se il principio della “leale collaborazione” tra organi dello Stato, conclamato dalla Consulta, cede alla volontà faziosa di portare a compimento una operazione di character assassination rivolta a piegare a interessi di parte la volontà del corpo elettorale.
In questo caso, la democrazia e la giustizia hanno un problema grave, portato allo scoperto dalla decisione di Berlusconi di affrontare i processi a viso aperto. Non vittima designata delle toghe, in funzione della rivincita dei perdenti di ieri, ma combattente in campo per vincere ancora. Berlusconi ci mette la faccia e Bersani ci mette i suoi avambracci pelosi, nella speranza di attutire il colpo.
''Andremo avanti con la riforma della giustizia, sapendo bene che e' impossibile evitare lo scontro con il Pd e con uomini politici come Pier Luigi Bersani''. Lo ha detto Fabrizio Cicchitto alla presentazione del suo ultimo libro
''L'uso politico della giustizia''. ''Il segretario del Pd - ha aggiunto Cicchitto - urla ogni giorno sui mass media che il governo non c'e' e che Berlusconi deve farsi da parte. Vive con l'incubo di Nichi Vendola che alla fine lo straccera' comunque alle primarie. E' impossibile parlare con un uomo cosi'''.
Secondo il capogruppo dei deputati del Pdl Bersani sarebbe ''peggiorato negli ultimi tempi: prima, durante il dibattito per l'approvazione della riforma universitaria, sembrava avesse qualche civetteria per il confronto, ma poi ha abbandonato anche quella''.

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